Home Percorsi fiabeschi L’amore per la Sicilia e lo studio delle tradizioni popolari in Giuseppe Pitrè

 

1. Na vota cc’era sta pulisedda
2. Qualche indicazione biografica
3. Lo studioso

4. L'amore per la sua terra
5. Una scelta di libertà
6. Pitrè legge Marian Roalfe Cox

 

1. Na vota cc'era sta pulisedda

La storia che apre i quattro volumi delle Fiabe novelle e racconti popolari siciliani pubblicati da Giuseppe Pitrè nel 1875 è una curiosa e brevissima storia narrata, così riporta lo studioso, da Mara Curatolo, una bambina di otto anni. Anche la protagonista è una bambina, che tra le piume di un pulcino trova un biglietto, grazie al quale riesce a vincere la sfida posta dal mercante di stoffe pieno di soldi che vive nel suo paese: a chiunque gli sappia raccontare una storia senza usare mai l’espressione “si racconta” l’uomo è disposto a dare addirittura la propria bottega. La bambina si presenta al mercante, che prima la sbeffeggia e poi la lascia tentare. E la bambina gli recita questa storiella:


«Nna vota cc’era sta pulisedda,
Sta pulisedda parrava e dicia:
“Nesci mircanti, chi la putïa è mia”».

«C’era una volta questo bigliettino,
e questo bigliettino parlava e diceva:
“Sloggia mercante, ch’è mia la bottega”». [1]

E in questa raccolta di fiabe, come nelle sue altre innumerevoli opere, Giuseppe Pitrè dà voce ad una affascinante narrazione corale, in cui la poesia popolare, le fiabe, i proverbi, gli indovinelli, le leggende, le credenze contribuiscono tutte assieme a raccontare il popolo siciliano.È il potere della narrazione che inaugura la raccolta del grande studioso siciliano: chi racconta è in una posizione di debolezza, o in altre fiabe di pericolo, e grazie al suo racconto riesce a rovesciare i rapporti di forza, a far innamorare. Come Shahràzad. La seconda fiaba narra invece di un notaio che si fa trasformare in pappagallo e ottiene così di avvicinare la donna che desidera, tenuta chiusa in casa dal marito geloso, e di conquistarla affabulandola con le sue storie.Una narratrice, che racconta di una narratrice, che grazie al proprio racconto ha la meglio sull’uomo ricco, che si fa forte della logica comune per cui in una storia non si può non usare fatalmente l’espressione “si racconta”.

 

 

2. Qualche indicazioni biografica
Nato da una famiglia di marinai nel 1841, Giuseppe Pitrè visse a Palermo per tutta la vita (morì nel 1916). Medico, è stato uno dei più importanti studiosi italiani di folklore, al quale si deve una monumentale opera di raccolta e pubblicazione di manifestazioni di cultura  popolare siciliana. Giuseppe Pitrè
Fin da giovanissimo mostrò la sua passione per questo tipo di studi: ancora prima dei tredici anni aveva infatti iniziato a raccogliere canti e proverbi, ascoltati a Borgo, quartiere popolare della sua amata città. La madre, rimasta vedova quando Giuseppe aveva appena sei anni, lo sostenne nei suoi interessi culturali e riuscì ad assicurargli una buona istruzione, dagli studi classici presso il seminario di San Francesco di Paola alla facoltà di medicina di Palermo. Nel corso degli anni, Pitrè ricorderà sempre la madre con grandissimo affetto e riconoscenza, dedicandole ad esempio i Canti popolari siciliani che pubblicò nel 1871, come anche i quattro volumi delle Fiabe:

Né vo’ tacere di te, o Madre mia, a cui, oltre la vita e l’educazione devo questo amore per le tradizioni del popolo. [2]

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, Pitrè tornò in Sicilia, si laureò in medicina, mentre continuava a coltivare il suo interesse per la letteratura e per il folklore: pubblicava nelle riviste letterarie i proverbi che raccoglieva, e insegnava letteratura italiana. Nel 1866 iniziò ad esercitare la professione di medico, che gli consentì di conoscere da vicino gli usi e i costumi popolari, di ascoltare le confidenze di tante persone, il loro modo di parlare, le narrazioni, i canti. Ogni giorno, dopo aver dedicato le primissime ore del mattino allo studio, intorno alle sette partiva per andare a trovare i pazienti con un calesse adibito a “studio viaggiante”, nel quale, al lento trotto del «vecchio Fritz, il [...] fedele cavallo» [3], Pitrè scriveva, annotava, elaborava le sue opere. Del suo lavoro intellettuale, Pitrè accenna nelle prefazioni, parlando della fatica delle sue lunghe e pazienti ricerche, della difficoltà ad esempio di scrivere il dialetto parlato nelle strade e nelle campagne, per il quale la grafia dell’italiano non è adatta a rendere contemporaneamente il suono e il senso. Pitrè infatti voleva sia tenere memoria fedele di ciò che ascolta sia rendere comprensibile il linguaggio popolare. Per far questo scelse quindi quello che chiamava “metodo misto”, utilizzando una grafia il più vicino possibile al parlato ma inserendo delle modifiche per rendere intelligibili i testi. Scriveva ad esempio dumani e non rumani, gatta e non ’atta [4]. Quando nel 1860 Garibaldi sbarcò in Sicilia, Pitrè si arruolò fra i garibaldini: fu il suo primo contributo alla costruzione della nazione italiana. In seguito, continuerà a contribuirvi sul piano culturale con la sua infaticabile opera di studioso delle tradizioni popolari.

L’approccio scientifico con cui Pitrè catalogava, leggeva, comparava è funzionale al desiderio da un lato di far conoscere, ai siciliani per primi, quella parte della cultura considerata minore e che per questo rischiava di essere dimenticata, dall’altro di mostrare che tracce più o meno evidenti proprio di quella cultura si ritrovano in altre parti d’Italia, d’Europa e del mondo. Il lavoro compiuto da Pitrè è infatti non solo quello di registrare le molteplici usanze ed espressioni linguistiche popolari, ma anche di classificarle secondo un ordine capace di mostrarne il senso, e per questo apponeva annotazioni critiche nelle quali riportava le varianti di un certo proverbio o canto o fiaba. La ricerca delle varianti gli aprì una strada che lo condusse nel mondo fuori dalla Sicilia: molto presto Pitrè si rese conto infatti che le manifestazioni della cultura popolare hanno caratteristiche che si ritrovano in tutta la cultura euroasiatica: usanze, modi di dire, narrazioni simili a quelle che aveva colto in un paese siciliano esistevano anche in Toscana, in Lombardia, in Germania, in India.

Grazie alla sua conoscenza dell’inglese, francese, tedesco e spagnolo, entrò quindi in contatto con gli studiosi del tempo, non solo italiani (come Angelo De Gubernatis, Costantino Nigra, Ernesto Monaci, Vittorio Imbriani, Domenico Comparetti) ma anche internazionali (Max Müller e Paul Sèbillot per citarne solo alcuni): ne studiò le opere, ebbe con loro intensi rapporti epistolari nei quali si confrontava sui fenomeni che veniva via via scoprendo.

Nel 1871 prese avvio un progetto che lo impegnò per quarantadue anni, fino al 1913, la Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane che consta di venticinque volumi nei quali Pitrè raccolse e diffuse i fenomeni del folklore della sua terra: canti, poesie, fiabe, novelle e racconti, proverbi, spettacoli e feste popolari, giochi fanciulleschi, usi, costumi, credenze e pregiudizi, leggende, medicina popolare, indovinelli e scioglilingua, feste patronali, cartelli e pasquinate, la famiglia e la casa. In ciascun volume Pitrè inserì un saggio introduttivo nel quale dava conto dello stato degli studi e delle ricerche in Italia e all’estero sul particolare fenomeno oggetto della raccolta, e annotazioni critiche che forniscono ancora oggi illuminanti chiavi di lettura. 

Nel 1882 fondò con l’amico e collega di studi Salvatore Salomone-Marino una rivista che divenne un punto di riferimento europeo per gli studi di folklore: l’«Archivio per lo studio delle tradizioni popolari» che uscì ogni tre mesi fino al 1906. Archivio per lo studio delle tradizioni popolari
La rivista accoglie tutti i tipi di manifestazioni della cultura popolare delle varie zone d’Italia e d’Europa, gli articoli sono stampati nella lingua degli autori e le tradizioni sono «pubblicate testualmente nella lingua o nel dialetto nel quale siano state raccolte» [5]. I contributi scientifici sono organizzati in sezioni: la prima riguarda le narrazioni (fiabe, miti e leggende), una seconda credenze e superstizioni, poi si tratta di usi, costumi e pratiche, di proverbi, di lingua popolare, di canti e poesie, di giochi e passatempi, infine di indovinelli. Ogni numero si chiude con una rassegna bibliografica che contiene recensioni e brevi notizie sulle recenti pubblicazioni in materia di cultura popolare. I ventiquattro volumi dell’«Archivio», che raccolgono i novantasei numeri della rivista, dipingono così un quadro ricchissimo, diremmo esaustivo, nel quale trovano posto l’uno accanto all’altro fenomeni popolari italiani e stranieri e che vede la collaborazione dei più quotati studiosi. Fra gli italiani, ne vogliamo ricordare alcuni: Alessandro D’Ancona, Gherardo Nerucci, Benedetto Croce, Giuseppe Ferraro, Salvatore Di Giacomo. 
Tra il 1885 e il 1899 Pitrè diresse la Collana di tradizioni popolari che comprende volumi sulle tradizioni delle Romagne, del Monferrato, del Veneto, del Canavese, dell’Abruzzo, della Penisola Sorrentina, della Sardegna, della Ciociaria, della Toscana, delle Marche e della Sicilia. 
Nel 1909 fondò il Museo etnografico siciliano per raccogliere e conservare gli oggetti di vita quotidiana trovati dallo studioso durante le sue ricerche (vestiti, giocattoli, utensili, ecc.): sono ulteriori pagine di storia siciliana che vanno ad arricchire l’imponente raccolta di tradizioni orali.

 

 

 

3. Lo studioso
Nondimeno fu faticoso per Pitrè ottenere il dovuto riconoscimento per il lavoro che indefessamente conduceva, non certo presso gli studiosi di tradizioni popolari italiani e internazionali, che ne colsero subito il valore, ma in generale nell’ambiente culturale palermitano e nazionale. In una lettera del 1914 Pitrè ricorda:

Quando pubblicai le fiabe, [...] il Corriere di Palermo [...] cominciò un articolo così: - Il dottor Pitrè ha pubblicato quattro volumi di porcherie - e da clienti rispettabili mi si chiese come mi fossi persuaso a farlo affidandomi essi in cura le loro figliole. [6]

Soltanto dopo la fine degli anni ’80 dell’Ottocento (quando ormai pubblicava da oltre vent’anni) Pitrè ricevette onorificenze dalla Reale Accademia di Scienze Mediche, dall’Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo, dalla Società Siciliana per la Storia Patria, dall’Accademia della Crusca e, finalmente, nel 1910 gli venne assegnata la cattedra di demopsicologia (o psicologia dei popoli, la definizione è di Vittorio Imbriani) allora istituita all’Università di Palermo per la diffusione di questa nuova scienza di cui Pitrè è considerato il massimo esponente. Nel 1914 fu nominato senatore del Regno.

Pitrè, che aveva iniziato la sua attività di demopsicologo sostenuto dalla sua passione di stampo romantico per un patrimonio culturale che sentiva a rischio di oblio, venne acquisendo nel suo lavoro un metodo scientifico che lo portò a studiare i fenomeni popolari con gli strumenti che si stavano affinando nel campo della neonata sociologia, dell’antropologia, dell’etnologia e della mitologia comparata. Certamente i primi lavori sono improntati soprattutto all’amore per la sua terra e per le manifestazioni del “popolo” nel quale vede l’espressione di sentimenti in profondo contatto con la natura, ma già dal 1875, nel saggio introduttivo delle Fiabe, Pitrè mostra di aver proceduto oltre l’atteggiamento esclusivamente sentimentale. Come già accennato, infatti, Pitrè si rivela capace di

trasformare gli affetti locali in una operosità costante, sistematica, consapevolmente diretta al preciso obiettivo di documentare organicamente la storia di un aspetto trascurato ma fondamentale della vicenda umana della Sicilia, raccogliendone le testimonianze giorno per giorno, organizzandole in presentazioni corrette e aggiornate, interpretandole anche con i mezzi e gli strumenti che l’epoca e la cultura personale di continuo accresciuta gli consentivano. [7]

Pensiamo anche che gli anni in cui opera Pitrè sono gli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, quando il tema dell’identità nazionale è drammaticamente sentito da tutti. Pubblicare le testimonianze delle tradizioni caratteristiche della propria isola significava letteralmente renderle pubbliche, farle uscire dalla sfera del privato, dai confini geografici nei quali si manifestavano e dai confini di una concezione della cultura che considerava le tradizioni popolari più come fenomeni pittoreschi che come campo di studio scientifico. Mostrare il legame fra gli usi, le narrazioni, i canti siciliani e quelli di altri luoghi si configurava inoltre come un modo per stabilire un rapporto fra storia locale e storia nazionale; un rapporto nel quale ciascuna delle due si arricchisce del contributo dell’altra. Pitrè e gli altri studiosi italiani di tradizioni popolari avevano chiaro che la loro opera favoriva la circolazione della conoscenza e il riconoscimento reciproco da parte di chi viveva in zone geografiche anche molto lontane. Il loro tentativo fu quello di far emergere le peculiarità e le similitudini dei “popoli d’Italia”, la loro opera batteva le vie di un concetto di identità come integrazione delle parti, un’identità articolata e non uniformata, nella quale grazie all’incontro fecondo delle tradizioni locali potesse costruirsi una dimensione nazionale come nuovo spazio di confronto e di espressione.

 

 

 

4. L'amore per la sua terra
Dell’immensa opera di Giuseppe Pitrè colpiscono alcuni elementi.

Colpisce innanzitutto il suo amore per la sua terra e per ciò che la caratterizza, un amore che il lettore sente profondissimo nei suoi scritti come nella cura con cui presenta le parole che ascolta, come si diceva allora, “dalla viva voce del popolo”. Il suo lavoro così attento, nel quale partecipazione affettiva e rigore scientifico si alimentano l’un l’altro, si configura come un percorso di conoscenza delle proprie radici, una ricerca identitaria insieme personale e culturale. Pitrè stesso associa i due termini, non solo dedicando molte raccolte alla madre sua ispiratrice, ma anche con la famosa frase: «la mia mamma era la mia Biblioteca delle tradizioni popolari» [8], tracce queste che ci danno un’indicazione sull’intimo legame fra Pitrè e l’ambiente popolare, che fu per prima cosa ambiente familiare. Ma Pitrè non si limita a voler conoscere: pubblicando l’immensa quantità di tradizioni che viene raccogliendo durante tutta la sua vita, Pitrè le pone all’attenzione di tutti, rendendo partecipi della ricchezza della sua isola anche chi viveva al di là del mare, in continente. In questa operazione, non viene mai meno il suo rispetto per la cultura popolare, che considera sempre degna di studio scrupoloso e della dedizione di una vita, e, senza mai stancarsene, ne accoglie le nuove manifestazioni che incontra, cercando costantemente di comprenderne il senso e di non sovrapporvi la propria voce di studioso: le sue prefazioni e le sue note critiche si pongono accanto alle voci popolari, suggerendo piste di lettura che approfondiscono l’analisi proprio allargando il discorso alla dimensione interculturale. 

 

 


5. Una scelta di libertà
Colpisce poi, in Pitrè, la sua scelta di continuare a fare il medico rinunciando alla cattedra che gli fu offerta dal liceo Vittorio Emanuele di Palermo. C’è un episodio doloroso a monte di questa storia: Pitrè aveva infatti insegnato in quella scuola alcuni anni prima ed era stato allontanato dal Provveditore agli Studi, che aveva creduto Pitrè autore di un feroce articolo contro di lui. Questo accadde all’epoca della virulenta epidemia di colera del 1866 che segnò l’inizio della sua professione di medico che, come dicevamo, non volle abbandonare. Per cogliere appieno la valenza di tale scelta sono illuminanti le parole che scrisse a Ernesto Monaci nel 1873:

È già dal 1866 in cui presi la laurea di medico-chirurgo che la esercito come mezzo che può rendermi indipendente dal governo [...] [9]

Si tratta quindi di una scelta di libertà, intellettuale e di ricerca. Quella libertà che gli consentì di poter concepire l’immensa Biblioteca delle tradizioni popolari sciliane la cui realizzazione durò oltre quarant’anni. Quella stessa libertà che è alla base dell’«Archivio per lo studio delle tradizioni popolari» che, svincolato da qualsiasi logica accademica, vede il contributo di studiosi appartenenti a diversi campi della cultura: vi scrivono demopsicologi, e linguisti, letterati dell’antico e del moderno, filologi, mitologi. Articoli di personaggi importanti nel loro campo di studi e articoli di chi all’epoca non era ancora conosciuto stanno gli uni a fianco agli altri, con pari dignità: a tutti, i direttori Pitrè e Salomone-Marino chiedono lo stesso rigore scientifico, ed è questo l’elemento qualificante dei contributi presenti nell’«Archivio».

 

 

 

6. Pitrè legge Marian Roalfe Cox
E colpisce, infine, l’acume con il quale Giuseppe Pitrè intercetta e legge le opere che si vengono pubblicando nel campo delle tradizioni popolari; ne è un esempio significativo la recensione del 1894 a Cinderella. Three Hundred and forty-five Variants di Marian Roalfe Cox [10], appena uscito a Londra, lavoro magistrale e pionieristico [11] di raccolta, classificazione e analisi delle innumerevoli versioni provenienti da tutto il mondo della famosa, famosissima fiaba di Cenerentola. Un lavoro del quale pochissimi si accorsero (e ancora oggi poco conosciuto) e che Pitrè, mentre ne evidenzia la scientificità e la chiarezza, contestualizza nell’ampia riflessione che si stava sviluppando in quegli anni sulla formazione e diffusione delle narrazioni, fornendo un quadro ben articolato nel quale trova spazio il suo personale contributo, capace di suggerire ulteriori percorsi di indagine, allargando e insieme approfondendo le prospettive della ricerca.

Concludiamo il nostro discorso con un’ultima citazione da Pitrè nella quale emerge il riconoscimento del valore dell’opera della Cox, della sua analisi, del suo metodo e della dedizione che il grande studioso siciliano ben conosceva:

Intanto chiudo queste brevi notizie richiamando una altra volta l’attenzione degli studiosi sul pregevole libro della Cox, e da ultimo sopra la prefazione, la quale dà piena e larga ragione degl’intendimenti di lei nel compilarlo, del metodo da lei seguito e dalle fatiche veramente improbe onde essa poté compierlo. [12]


 

 

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Marian Roalfe Cox, Cinderella. Three Hundred and forty-five Variants. With an Indroduction by Andrew Lang. London: Publications of the Folk-lore Society, 1892.

1


Giuseppe Pitrè, Fiabe novelle e racconti popolari siciliani, edizione integrale in dialetto siciliano con testo italiano a fronte, Roma: Donzelli, 2013, pp. 156 e 157.

2 Giuseppe Pitrè, Prefazione, in Fiabe novelle e racconti popolari siciliani, raccolti e illustrati da Giuseppe Pitrè, Con Discorso preliminare, Grammatica del dialetto e delle parlate siciliane, Saggio di novelline albanesi di Sicilia e Glossario, Palermo: Luigi Pedone Lauriel Editore, 1875, Volume primo, p. 39.
3 Kack Zipes, Il mondo raccontato dal popolo: la straordinaria avventura di Giuseppe Pitrè, introduzione a Giuseppe Pitrè, Fiabe novelle e racconti popolari siciliani, edizione integrale in dialetto siciliano con testo italiano a fronte, Roma: Donzelli, 2013, p. XX.
4 In questa ottica si pone la traduzione in italiano delle fiabe raccolte da Pitrè, recentemente edita da Donzelli, indirizzata a rendere fruibile ad un più vasto pubblico le narrazioni popolari pubblicate dallo studioso siciliano.
5 Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone-Marino, Ai lettori, in «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», Palermo: Luigi Pedone Lauriel, 1882, Vol. I, p. 4.
6 Giuseppe Cocchiara, Pitrè, la Sicilia e il folklore, Messina Firenze: Casa Editrice D’Anna, 1951, p. 163.
7 Alberto Mario Cirese, Giuseppe Pitrè tra storia locale e antropologia, in Antonio Pasqualino, Pitrè e Salomone-Marino, Palermo: S. F. Flaccovio Editore, 1968, p. 30.
8 Giuseppe Cocchiara, Pitrè, la Sicilia e il folklore, Messina Firenze: Casa Editrice D’Anna, 1951, p. 157.
9 Giuseppe Cocchiara, Pitrè, la Sicilia e il folklore, Messina Firenze: Casa Editrice D’Anna, 1951, p. 27.
10 Marian Roalfe Cox, Cinderella. Three Hundred and forty-five Variants. With an Indroduction by Andrew Lang. London: Publications of the Folk-lore Society, 1892.
11 L’opera di Cox precede di quasi vent’anni Types of folktales di Antti Aarne, che è del 1910.
12 Giuseppe Pitrè, La novella della Cenerentola, in «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari», Palermo Torino: Carlo Clausen, 1894, Vol. XIII, p. 448.

 

 

© Claudia Chellini 2015