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Una spruzzata di pepe


Fu all’epoca del feroce Khair ad-Din detto il Barbarossa che l’Isola del Giglio, l’isola che biancheggiava del manto delle sue capre come una perla nel mare, si spopolò. La gente dell’isola fu deportata e non se ne seppe più nulla, le onde del Mediterraneo ne inghiottirono il ricordo.

Se ne stava nella sua stanza Silvia Piccolomini, nella dimora di Pienza, memore di quella primavera di bambina quando il padre l’aveva portata in visita ai loro possedimenti all’Isola del Giglio. Ricordò le mura possenti del castello, i maestosi trioni di avvistamento e le sue corse sull’asinello scorazzante per la campagna.
«Non rimarrà tutto solo nella mia memoria!» decise in quel momento. E diede un ordine straordinario e terribile: «Che l’isola sia ripopolata! E che si prendano famiglie anche da Pienza stessa!»

E così Lucina fu costretta con i fratelli e i genitori a dover cambiare casa e città. La fanciulla non aveva mai visto il mare, non sapeva neanche cosa fosse il mare. Quando si ritrovò al porto e vide quell’immensa distesa di acqua si ammutolì fra il fascino e la paura. Isola del Giglio
Il viaggio fu lunghissimo e pericoloso. Alcuni non ce la fecero, i più erano disperati per aver dovuto abbandonare la propria città e la propria casa per un luogo sconosciuto e deserto. Ma quando, nel mezzo del giorno, Lucina, salita di nascosto sul ponte della nave, vide venirle incontro quella collina tutta verde in mezzo al mare, ritrovò parola e corse giù a raccontare a tutti la magia di una collina circondata da una valle di acqua.

Iniziare lì una nuova vita fu dura, molti non erano di Pienza e parlavano lingue sconosciute, ma dopo alcuni mesi, nel paese lassù fra le mura, le persone si erano riunite in rioni e ogni rione era una specie di famiglia più grande, con gli affetti, i litigi, le regole di una famiglia di sangue.

Erano passati poco più di due anni dalla primavera del loro arrivo all'Isola del Giglio e Lucina, adesso moglie e madre di due bambini con un terzo in arrivo, ricordava quando durante l’Avvento a Pienza, aiutava la madre a preparare i dolci di Natale. A ripensarci le sembrava il momento di gioia più grande, e sentì penetrarle un po’ più nelle ossa il freddo umido dell’inverno isolano.
Nel capannello in mezzo al terreno di suo marito osservò i neruccioli sui graticci a seccare. Erano piccoli fichi neri che non sapevano di niente, buoni solo per riempire una pancia affamata. Ma loro non erano così poveri: la campagna era rigogliosa, le capre davano il latte e durante le feste si poteva anche cucinare uno dei conigli che suo marito cacciava. E il vino non mancava! Aveva imparato ad apprezzare quel vino forte e asciutto, color dell’oro.
«Certo,» pensò Lucina, «questi fichi sarebbero più buoni accompagnati dal vino! O magari messi a bagno nel vino!» continuò a sognare Lucina.
Poi le venne in mente che, se non poteva sprecare il vino per quei fichi, poteva però provare con la vinella. Tutti quanti sul'isola avevano preso l’abitudine di utilizzare i raspi bagnati con l’acqua e lasciati a fermentare, per farne una specie di vino, non certo pregiato come quello vero, ma comunque buono.
Riempì il paniere dei neruccioli, li portò a casa e li mise a bagno nella vinella per tutta la notte. La mattina successiva andò a controllare e trovò che quei fichi sciapi sciapi erano diventati morbidi e saporiti. Lucina sorrise sentendo in bocca il gusto dolce dei suoi Natali a Pienza. Andò nella dispensa, ci trovò dei pinoli, delle bucce d’arancia e qualche noce. Mise a cuocere delle mele e tritò un po’ la frutta secca, poi prese i fichi, li tagliuzzò fini fini, aggiunse poca marmellata e mescolò tutto.
Le mancava però ancora qualcosa. Ebbe allora l’idea di aggiungere un po’ della pasta del pane che stava lievitando al caldo del focolare. L’impasto era dolce e morbido, ma ancora Lucina non era soddisfatta… le tornò alla mente di nuovo il dolce che preparava con sua madre e capì: una spruzzata di pepe, questo ci voleva!
Fece poi delle piccole pagnotte e le cosse nel forno.
La notizia di quel dolce, che fu chiamato panficato, si diffuse in un battibaleno per tutto il castello, dopo che il marito e i figli di Lucina lo ebbero assaggiato.

Isola del Giglio CastelloSono passati 500 anni da allora e il panficato è ormai il dolce tradizionale del Natale gigliese. Certo, nel tempo si è arricchito di mandorle, nocciole, noccioline, albicocche e prugne secche, spezie varie e cioccolata, ma porta ancora con sé il ricordo di quando famiglie fra loro estranee, ritrovatesi in una terra sconosciuta in mezzo al mare, vollero mettere un po’ di pepe nella nuova vita che stavano costruendo.

 

© Claudia Chellini 2014