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Nel bosco con Biancaneve
1. Storie di Biancaneve in Italia

2. I doni che uccidono
2.1 Il giudizio di Paride
2.2 Rosso come una mela
2.3 La bella Richilde
2.4 Un dolce chicco di melograno

3. Biancaneve "eroe" della storia
3.1 Mirror mirror, ovvero la fanciulla che rimise sul trono il re
3.2 Nel bosco
3.3 "The king is back, the queen is gone"
4. La brama del reame
4.1 La Foresta Oscura
4.2 Il cacciatore (in costruzione)

 

3.2 Nel bosco

Cosa fa Biancaneve nel bosco nelle favole popolari è chiarissimo: pulisce, tiene in ordine la casa, cucina. È accolta come una sorella, una pari, ed esperisce alcune funzioni femminili fondamentali. Del nutrire abbiamo già accennato, è un elemento costitutivo dell’identità femminile. Pulire e tenere in ordine la casa sono altrettante faccende (letteralmente “cose da fare” nella parola latina dalla quale deriva l’italiana) che afferiscono alla sfera del femminile. Usciamo dal bosco e andiamo a trovare una “cugina” di Biancaneve: Cenerentola. I suoi compiti sono proprio questi: togliere lo sporco e mettere le cose a posto. Anche Cenerentola, orfana della “madre buona” morta all’inizio della storia, si trova costretta agli umili lavori della casa, a pulire lo sporco di tutti i suoi abitanti e a ordinare i propri oggetti e quelli utilizzati dalla matrigna e dalle sorellastre. Un episodio presente nella versione tedesca del fratelli Grimm ci sembra indicativo: Aschenputtel (Cenerentola, appunto) chiede di andare al ballo del principe e la matrigna getta un piatto di lenticchie nella cenere, dicendole che le darà il permesso se in due ore riuscirà a raccoglierle tutte e a scegliere quelle buone. La matrigna chiede cioè ad Aschenputtel di separare ciò che è sporco da ciò che è pulito e ciò che è commestibile da ciò che non lo è, moltiplicando così il lavoro al quale la ragazza è costretta giornalmente. Tenere pulito e in ordine sono attività sentite così profondamente femminili da essere stigmatizzate come “cose da donne”, tanto che per un uomo, fino a poco tempo fa, era umiliante occuparsene.

Nancy Ekholm Burkert_Snow White

Una seconda “cugina” di Biancaneve si trova a fare la serva, stavolta nella casa del principe, e le è assegnato il compito di governare gli animali: Pelle d’Asino. Anche Pelle d’Asino è orfana di madre e anche lei deve trascorrere un tempo svolgendo lavori umili sì, ma fondanti. Solo dove è pulito ci sentiamo “a posto” e possiamo pensare ad altro, solo se abbiamo chiaro cosa è buono e cosa non lo è, possiamo procedere senza inciampi troppo pericolosi. Solo dopo aver esperito tutto questo, Cenerentola e Pelle d’Asino possono indossare un magnifico vestito e andare al ballo, o giocare a fare all’amore con il principe, mostrandosi, e fuggendo per farsi trovare. Prima di tutto questo le due ragazze devono passare attraverso un periodo in cui se ne stanno in disparte: Cenerentola vive sporca di fuliggine fra la cenere del focolare, Pelle d’Asino sta dentro la pelle di un animale morto o nella pelle di una vecchia morta a cent’anni [1], o in un vestito di legno [2], chiara allusione, quest’ultima, alla bara. Le loro storie raccontano in questo modo di un periodo luttuoso, buio, in cui ci si può e ci si deve occupare solo di ciò che sta alle fondamenta: il nutrimento, la pulizia, il discernimento. Vale la pena di fermarsi a osservare che la parola ‘discernimento’ in italiano indica, fin dalle prime attestazioni del XIII secolo, «la capacità e la facoltà di comprendere, di giudicare», di «riconoscere le differenze fra entità distinte» [3], mentre il latino ‘discernĕre’, dal quale deriva la parola italiana, aveva sia un significato proprio (e concreto) di ‘separare, dividere’ le cose, sia un significato traslato di ‘riconoscere’, che è quello conservatosi nella nostra lingua. Sembra che le storie di cui ci stiamo occupando mettano in narrazione il complesso delle accezioni presenti nel vocabolo latino, e che raccontino di come separare in parti ciò che è confuso e indifferenziato, assegnando a ciascuna delle parti un suo posto in un ordine comprensibile e riconoscibile, sia un’esperienza che aiuta a sviluppare la capacità di giudicare in modo corretto. E che raccontino anche di come ciò possa avvenire se si è fatto uno spazio sufficiente e sufficientemente pulito da non rischiare di confondere di nuovo ciò che è stato separato.

L’esperienza che Cenerentola e Pelle d’Asino vivono nello sporco, Biancaneve la vive nel bosco, luogo opposto e contiguo allo spazio organizzato della città. Il bosco è l’intrico della foresta nella quale vivono animali selvaggi e creature magiche, il luogo del pericolo e dell’esperienza iniziatica. In ogni caso è il luogo della natura primigenia, della terra non lavorata dall’essere umano, non coltivata, non sottomessa al principio civilizzatore. Il bosco è il luogo sacro ad Artemide, la dea cacciatrice, formidabile con l’arco, vergine che non conosce uomo e dal quale si sa difendere benissimo, come raccontano molti miti, primo fra tutti quello di Atteone che, essendogli capitato di vedere Artemide nuda al bagno, fu trasformato dalla dea in un cervo e sbranato dai suoi stessi cani. Nell’Inno scritto da Callimaco (III sec. a. C.), Artemide bambina, sulle ginocchia del padre Zeus, stabilisce le proprie prerogative:

Diana Museo del Louvre a Parigi

La mia dimora
sarà sui monti e le città degli uomini
frequenterò soltanto, quando, morse
dagli acuti dolori del travaglio,
in aiuto mi chiamino le donne.
Dalle Moire ebbi in sorte, appena nata,
di assisterle, poiché nel partorire
e nel portarmi non soffrì mia madre,
ma, senza alcun dolore, mi depose
dalle sue membra.

Artemide, infatti, è la divinità della caccia e delle partorienti, abita il bosco, che a lei è sacro, e ne protegge gli animali, guida la danza delle fanciulle (delle Muse dice l’inno omerico, delle Oceanine quello callimacheo), è vergine ed è inflessibile con quelle del suo seguito che non lo sono più. Vive cioè in un mondo tutto al femminile. Anche l’abilità nell’arte della caccia, può essere letta, in questo quadro, come la capacità della dea di destreggiarsi in una natura non conosce il lavoro dell’uomo. E Artemide è colei che, partorita senza dolore da Leto, appena nata aiutò la madre a partorire l’altro figlio, Apollo, il suo gemello. È una perfetta fanciulla: non procura sofferenza di nessun tipo nella madre, neanche quella normale del parto; vive schivando il contatto con gli umani e preferendo la compagnia del suo seguito tutto femminile anche alla compagna degli dei; si trova perennemente come nell’età che precede l’adolescenza, in cui la fanciulla non si occupa della propria femminilità generativa che anzi tiene lontano, difendendo rigidamente la verginità propria e di quelle che a lei si affidano. Artemide quindi, non essendo “donna” non rivaleggia con le donne, in primis con la madre, non la tocca la contesa per la mela da donare “alla bella”, si infuria con figure femminili solo in due occasioni: quando le fanciulle a lei consacrate non riescono a mantenere salda la propria verginità (non le importa se ciò accade per loro volontà o meno) e quando sua madre è oltraggiata da Niobe, che si dice superiore a Leto per aver partorito sette maschi e sette femmine; la sua furia si indirizza cioè a difendere la presenza di un’unica figura generativa: sua madre. Tutte le altre, compresa se stessa, devono rigidamente rimanere fanciulle. Artemide rappresenta in quest’ottica ciò che è il femminile prima e indipendentemente dallo sviluppo della bambina in donna: sollecitudine per la madre, giochi e danze non toccate dal pensiero del maschile, e una vicinanza con la natura incolta e potente e non sottoposta alla limitazione della civiltà.

Pensiamo che la Biancaneve delle fiabe popolari impari sì l’attività del “discernimento”, ma che, a differenza di Cenerentola e Pelle d’Asino, lo faccia in una condizione che la avvicina all’Artemide dei boschi, vivendo in un luogo apparentato ad un aspetto profondo del femminile, che insieme accoglie, custodisce e nasconde, lontano dalla “civiltà”, dalla dinamica relazionale, un luogo nel quale sperimentare parti fondanti della propria femminilità lontano, finalmente lontano, dalla presa materna [4]. Dopo quell’esperienza, e solo dopo, sarà possibile l’incontro con il futuro sposo.

Neve e i naniIn Mirror mirror, Neve nel bosco fa un’esperienza che se da una parte va nella direzione che abbiamo visto appartenere alle versioni popolari, dall’altra amplifica un aspetto ponendolo al centro di tutta la sua esperienza, e imprimendo al film il suo carattere peculiare nel novero delle narrazioni della favola di Biancaneve. Il primo giorno, infatti, la fanciulla cucina e mette in ordine, ma poi la faccenda del denaro rubato rimette tutto in gioco e i nani decidono di accogliere Neve a patto che diventi una di loro. Nella favola greca Marietta e la strega sua matrigna, tornando nel loro splendido palazzo di diamanti e rubini e trovando in tavola una cena deliziosa, i quaranta giganti  rimangono sbigottiti e si mettono di guardia per trovare il benefattore giurando: «Se è un uomo, lo chiameremo nostro fratello; se è una donna la nomineremo nostra sorella.» [5]; in un’altra versione raccolta nell’Africa Occidentale, i proprietari della casa, dove Maria si ripara, sono dei ladri che, vedendo tutto pulito e in ordine e anche la cena pronta, esclamano: «Chi mai avrà fatto questo? Se è una donna, la terremo come nostra sorella, si prenderà cura della nostra casa e dei nostri beni e nessuno di noi la sposerà, ma se è un uomo, dovrà per forza unirsi a noi nei nostri affari.» [6] Nel film di cui stiamo parlando, i nani decidono non che tratteranno questa fanciulla (che per altro non ha agito di nascosto) come la sorella che rimane a casa, ma come un componente della banda. La addestrano quindi a rubare, a rubare alla regina, per riconsegnare il denaro alla gente del villaggio condizione che Biancaneve ha loro imposto. Rubare, nelle fiabe, è un’attività tipicamente maschile. La favola emiliana Al ladr unurà narra di un giovane che non vuole fare nessun altro lavoro se non quello del ladro onorato. La madre, che ritiene impossibile che un ladro possa essere “onorato”, racconta l’accaduto al Podestà, il quale chiama il ragazzo e «gli parlò come avrebbe fatto un padre». Di fronte all’insistenza del giovane, lo sfida a rubargli prima dei buoi, poi una cavalla e infine una borsa di denaro che tiene sotto il cuscino. Il ragazzo porta a termine con successo tutte le prove, riconsegnando ogni volta il bottino al legittimo proprietario. Il Podestà allora riconosce che il giovane non solo è un bravo ladro, ma anche che lo sa fare con onore: gli lascia la borsa di denaro e gli chiede di diventare suo consigliere.

Il ragazzo si mise a studiare, diventò un brav'uomo, fu sempre amato e rispettato, e fece in questo modo la felicità di sua madre.

Il percorso di questo giovane, che non ha un padre, è quello di confrontarsi con l’istanza paterna della legge, rappresentata dal Podestà, e di dimostrare di essere in grado di metterla in scacco, quindi di essere superiore, di meritare il suo rispetto. In Mirror mirror, Neve fa qualcosa di simile, ma con un’importante variante: Neve è una femmina e il suo percorso, nel film, è quello di confrontarsi con l’istanza materna per restaurare il principio della legge, dopo aver preso coscienza di essere l’erede del padre, del suo modo di governare, del suo senso di giustizia. E lo fa con la fronda, senza combattere in modo diretto la matrigna, come Robin Hood con le sue scorrerie ricorda a tutti che il re giusto è Riccardo Cuor di Leone, che è lontano e che lui rispetta profondamente, mentre chi governa è un oppressore che affama il popolo. Quando ciò che si deve affrontare è percepito come onnipotente, sembrano dire queste storie, bisogna trovare un’altra via, condurre anche piccole azioni, in attesa della grande prova. E come Robin Hood vive nella foresta di Sherwood di cui ha fatto non solo la sua casa ma anche un potente alleato, perché ne sa sfruttare le caratteristiche a suo vantaggio, così questa Biancaneve vive nel bosco e apprende dai nani a usare le armi, a essere agile, a fare della sua debolezza la sua forza, e apprende anche che «la tua arma non è la tua unica amica, anche l’ambiente può essere tuo alleato» [7]. Una lezione che le consentirà di uscire vittoriosa dal suo primo duello che avviene con il suo principe il quale, incapace di ascoltare e di porsi domande, si è messo incautamente al servizio della regina per catturare i “ladroni” che imperversano nella Foresta nera, cioè i nani, come sa lo spettatore. Neve si trova così faccia a faccia con il peggior incubo di una donna innamorata: l’uomo che ama sta dalla parte della madre e non dalla sua! Il primo scambio di battute fra i due è indicativo:

Neve e Alcott

«Siete una traditrice!»
«E voi un idiota.»
«E va bene, ora basta, smettetela: non posso battermi con voi.»
«Perché no?»
«Siete una donna, non mi batto con le donne.»
[Lei lo attacca e lui:] «Ci sto ripensando! … La regina ha detto che eravate pazza.»
«Ha detto anche che ero morta! La regina vi tiene in pugno, vi sta manipolando, non lo capite?»
«Questa è un’assurdità. La regina sarebbe tranquilla se la smetteste di derubarla.» [8]

Neve, senza mezzi termini, risponde non solo all’aggressione verbale del principe, ma soprattutto alla sua azione: lei lo ha liberato quando era nudo e appeso a testa in giù, durante il ballo lui l’ha corteggiata e lei gli ha esplicitamente chiesto aiuto dicendogli che la regina «ha terrorizzato il popolo e rovinato questa terra» e ora il principe combatte proprio al servizio della regina! Abbiamo accennato, all’inizio di questo capitolo, al fatto che nelle fiabe popolari Biancaneve può incontrare un personaggio maschile che sta ancora compiendo il suo percorso o uno che lo ha evidentemente già fatto. Nel secondo caso, al risveglio della fanciulla la storia si conclude con il finale felice delle nozze regali, nel primo caso, invece, c’è un ulteriore doloroso sviluppo della vicenda: il principe, pur non volendo abbandonare la fanciulla morta che ama, deve andare in guerra e, quando sua madre o sua sorella trovano l’oggetto che l’aveva uccisa, Biancaneve non torna in vita in forma umana, ma si trasforma in un uccello, talvolta anche in una pianta, finché il suo amato non viene messo sull’avviso da un aiutante e capisce che quell’animale, o quella pianta, sono la sua Biancaneve e scioglie l’incantesimo. Oppure il principe sposa la fanciulla ma deve partire per la guerra subito dopo, lasciando la moglie incinta, e una calunniatrice fa in modo che al principe arrivi la notizia che la donna ha partorito degli animaletti. La stessa calunniatrice porta alla reggia un finto ordine del principe che intima di uccidere la sposa, la quale fugge e deve trascorrere ancora un periodo nascosta, quasi sempre di nuovo nel bosco, fino al ricongiungimento finale. Si tratta in entrambi i casi di una figura maschile che non è sufficientemente presente, dando così spazio alla persecutrice di agire. Possiamo dire che il principe Alcott di Valencia è questo tipo di maschile, che non sostiene Neve, nonostante la sua richiesta di soccorso, e che si troverà presto vittima di un incantesimo che lo lega d’amore alla regina. Ma, a differenza della Biancaneve delle favole popolari, la protagonista del film ha ricevuto un dono dal padre, l’aiuto della cuoca e la formazione dei nani, e quindi lotta con la spada sconfiggendo il principe sul suo stesso terreno, quello delle armi, dimostrando che sa fare quello che sa fare lui. Anche in una versione logudorese della fiaba, Maria del Bosco, la fanciulla dimostra al figlio del re che sa fare quello che sa fare lui, anzi che lo sa fare meglio. Maria, condannata a morte dalla zia che l’ha allevata, perché gli avventori della sua locanda dicono che la nipote è più bella di lei, vive nel bosco con un gruppo di banditi, cucinando e lavando i panni, finché una mattina i banditi escono come al solito e non fanno più ritorno.

Lei li aspettò per tutta la notte, ma nessuno arrivò. Allora pensò che fossero stati arrestati dai carabinieri o che fossero stati addirittura uccisi. E infatti era proprio così. E lei rimase sola.
- Ed ora come farò, come non farò – si lamentava. Era molto spaventata, poverina. Ma poi, pian piano, si rassegnò a viver da sola.
Durante il giorno se ne stava rinchiusa in casa, e la sera andava a caccia per procurarsi da vivere. Così passò molto tempo.

Maria, che si presenta con il nome di Maria del Bosco, ha imparato a vivere nella foresta, è autonoma ormai e, come la Neve di Mirror mirror, non riceve doni mortiferi. Un giorno, durante la sua vita solitaria, passa vicino alla sua casa il figlio del re con i suoi compagni, per una battuta di caccia al cinghiale. Maria, spaventata da tutto quel trambusto, si nasconde e vede il giovane mirare per due volte e per due volte fallire il colpo. La terza volta mira anche lei, spara contemporaneamente al principe, e colpisce il cinghiale alla testa.

Allora il giovane – che era il figlio del Re – smontò da cavallo e si accorse che la bestia aveva due pallottole in testa perché anche lui l’aveva colpita.
- Chi ha sparato insieme a me? – domandò.
- Nessuno – risposero i compagni.
- E allora in questo bosco c’è un altro cacciatore. Cercatelo!
Si misero alla ricerca, con i cani in testa al gruppo che seguivano le tracce. Finché raggiunsero la casa di Mariedda. Entrarono e trovarono la ragazza col fucile ancora caldo.
- Hai sparato tu? – le domandò il principe.
- Si – rispose lei, un po’ timida.
- Hai una buona mira. Come ti chiami?
- Maria del Bosco.
- Che cosa ci fai in questo luogo di briganti?
Allora lei gli raccontò tutta la storia: della zia che voleva ucciderla, per gelosia, dei banditi che l’avevano salvata e portata a casa loro, e tutto il resto.
- Se è vero ciò che mi hai raccontato – disse il principe –, qualcuno pagherà cara la sua gelosia.

Sparando al cinghiale una sola volta e centrandolo alla testa, Maria dimostra al principe che sa usare la stessa arma che usa lui. Ma a differenza di Alcott, questo principe riconosce la destrezza della ragazza, la ascolta, facendosi raccontare la sua storia, e la vendica. Alcott, invece, non discerne, non distingue la donna buona da quella cattiva, e si fa abbindolare dalla matrigna. E nel bosco, duellando con Neve, che è evidentemente abile con la spada e agile nei movimenti, la deride, non la prende sul serio. È un tentativo di padroneggiamento, il suo, che non può che concludersi con una sconfitta, perché Neve nel bosco ha imparato a lottare e a usare le armi, ha imparato che, come le dicono i nani, «una debolezza è tale solo se tu la vedi in quel modo» e, contemporaneamente, sta sviluppando e facendo emergere caratteristiche di sé che, chiusa nel castello, non sapeva di possedere [9]. Ed è questa esperienza formativa nel bosco che i nani le riconoscono quando la spingono a non arrendersi di fronte al fatto che Alcott sposerà la matrigna. La matrigna, infatti, ha usato la magia dello specchio e ha mandato nella foresta degli enormi burattini a uccidere Neve e i suoi ospiti, che combattono inutilmente, finché la ragazza non vede i sottilissimi fili che li muovono e tagliandoli li disattiva. Decide così di andarsene, per non mettere in pericolo ulteriormente la vita dei nani, e lascia un biglietto di addio nel quale, fra le altre cose, scrive: «Io non sono mio padre anche se vorrei tanto esserlo. Non sono un capo». A queste parole, i nani, che escono a cercarla e la trovano ancora vicino alla loro casa, rispondono:

«Neve, tu hai preso sette nani furfanti che credevano di non avere speranze nella vita e hai dato loro un’altra chance. Tu sei stata forte e l’hai fatto. Non vediamo una bambina quando ti guardiamo, vediamo una principessa. E una guida. La nostra guida. Il regno ha bisogno di te.»

Ricordandole il percorso fatto fino a quel momento e richiamandola al ruolo che il padre le aveva assegnato, di suo successore, i nani la spingono a lottare anche fuori dal bosco, ad affrontare il mondo e a liberare, di nuovo, il suo principe. E sarà di nuovo nel bosco che Neve avrà lo scontro finale con la regina che le ha scatenato contro la Bestia, la mostruosa creatura a lei asservita che terrorizza il villaggio. Ciecamente lotta con la Bestia, avendo il principe finalmente al suo fianco e i nani come aiutanti. Ma quando si trova occhi negli occhi con il mostro (che ha uno sguardo più incuriosito che spaventoso, per la verità), Neve riesce a vedere quello che nessun altro ha mai visto: lo stesso ciondolo a forma di mezzaluna che la regina porta sempre al collo. E decide, rischiando la propria vita, di non ucciderlo ma di strappare via quel ciondolo, spezzando l’incantesimo e ritrovando il padre, che la matrigna aveva trasformato nella Bestia. Ecco, l’impresa è compiuta, Neve ha restituito al regno il suo re. La legge e la giustizia sono ristabiliti. Neve può sposare il suo Alcott, in un’unione celebrata dal padre al quale la figlia ha riconsegnato il suo trono.

 

3.3 "The king is back, the queen is gone"
Non che alle donne le storie che si raccontano da millenni non abbiano mai riservato il posto di coloro che combattono per ristabilire il giusto ordine...

 

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1



Occhi marci
, fiaba raccolta da Gherardo Nerucci nel Montale pistoiese e da lui pubblicata nella raccolta
Sessanta novelle popolari montalesi, Firenze, Successori Le Monnier, 1880.


2

Il motivo del vestito di legno si trova sia nella fiaba molisana
L’ tacc’ taccun’ d’ maria d’ legna, sia nella versione gallurese Maria Intaulata.

3

TLIO – Tesoro della Lingua Italiana delle Origini, elaborato e pubblicato dall’Istituto Opera del Vocabolario Italiano (OVI)

4

Possiamo leggere in questa ottica il fatto che la potentissima e totalmente pervasiva matrigna del film
Biancaneve e il cacciatore non abbia poteri nella Foresta Oscura.

5

Marietta e la Sorcière sa Marâtre
, Henry Carnoy e Jean Nicolaides, Tradition populaires de l’Asie Mineure, Paris, Maisonneuve & Ch. Leclerc, 1889, p. 95.

6

The Beautiful Daughter
, in Nassau, Rev.  Robert Amill, Fetichism in West Africa, London, Duckworth & Co., 1904, p. 340.

7


Il potente imperatore Akbar Akbar, narra Salman Rushdie, durante la sua infanzia «[...] e imparò le migliori difese di chi è meno contro chi è più: interiorità, avvedutezza, astuzia, umiltà, e una buona vista periferica. Le tante lezioni della privazione. La privazione da cui si poteva cominciare a crescere.» (Salman Rushdie,
L'incantatrice di Firenze, Milano, Mondadori, 2009, p. 44).


8

Tutte le citazioni sono tratte direttamente dal film Biancaneve, diretto da Tarsem Singh (2012, USA: Relativity Media, Citizen Snow Film Productions, Rat Entertainment, 2012, DVD). Fra parentesi quadre annotazioni nostre.
Vedi il filmato del duello fra Neve e il principe di Alcott

9

Sulle figure femminili che sanno usare le armi con la stessa destrezza dei “loro” principi, vedi anche la storia della Dama arciera e il principe del Benefse
narrata da Cristoforo Armeno nel Peregrinaggio dei tre figliuoli del re di Serendippo (1557) e il film Ribelle (USA, 2012).

 

© Claudia Chellini 2013