Home Percorsi fiabeschi Un dolce chicco di melograno

 

Nel bosco con Biancaneve
1. Storie di Biancaneve in Italia

2. I doni che uccidono
2.1 Il giudizio di Paride
2.2 Rosso come una mela
2.3 La bella Richilde
2.4 Un dolce chicco di melograno

3. Biancaneve "eroe" della storia
3.1 Mirror mirror, ovvero la fanciulla che rimise sul trono il re
3.2 Nel bosco con Biancaneve
3.3 "The king is back, the queen is gone"
4. La brama del reame
4.1 La Foresta Oscura
4.2 Il cacciatore (in costruzione)

 

2.4 Un dolce chicco di melograno

E torniamo alla melagrana. Che la melagrana sia un simbolo di fertilità e che di essere riconosciuta come fertile la donna abbia bisogno ce lo racconta in modo magistrale l’antichissima storia del rapimento di Kore.

Demetra e Persefone, I sec. a. C. (Myrina, Asia Minore)

Il nome Kore in greco antico significa ‘fanciulla’ ed è messo in correlazione [1] con parole quali il latino ‘cresco’ o l’armeno ‘serim’ che significano “crescere”, “germogliare”, “venir fuori”. Allora Kore sarebbe ‘colei che cresce’, quindi ‘la giovane’, mentre Demetra è ‘la madre terra’ o ‘la madre che distribuisce’. L’etimologia di Demetra è infatti incerta: se tutti concordano nel rinvenire la parola greca mhter, ‘madre’, nella seconda parte del nome della dea, per la prima Kerény sostiene che ‘Dâ’ sia un nome antichissimo per Gea [2], la terra, mentre altri ritengono che sia da collegare a parole come il latino ‘dare’ e che quindi abbia a che fare con il significato di ‘distribuire’. In entrambi i casi, possiamo pensare che il riferimento sia lo stesso, considerando che Demetra nella tradizione è ricordata anche come nutrice di Demofonte, figlio della coppia reale che per prima la ospita a Eleusi: che il percorso linguistico ci conduca alla ‘terra’ o ci conduca al verbo ‘dare’, ci troviamo in ogni caso nell’area semantica del dono all’altro come nutrimento.

La divina coppia è formata dalla figlia e la madre, l’una definita ‘colei che cresce’, l’altra ‘colei che dà e nutre’. Ed è realmente una coppia, simbioticamente legata: in greco le due dee venivano chiamate τω θεω (tò theò), usando una forma grammaticale molto precisa, quasi del tutto scomparsa nelle lingue moderne, ma presente in una lingua assai diffusa come l’arabo, non solo nella sua varietà classica, ma anche nel più moderno standard. Si tratta del duale, impiegato per tutto ciò che si trova doppio in natura: gli occhi, le orecchie, le mani... L’uso del duale per indicare le due Dee ci rivela che i greci non le pensavano l’una senza l’altra, che le concepivano proprio come una coppia di due esseri distinti ma in simbiosi l’una con l’altra.

Il mito, cantato nell’Inno a Demetra, racconta che, mentre Kore raccoglieva fiori con le compagne, Ades, il dio degli Inferi, avendo il consenso del padre di lei Zeus, rapisce la fanciulla per farne la sua sposa.

Coglieva le iris e il giacinto, e anche
il narciso – insidia per la tenera fanciulla – che la Terra generò
su richiesta di Zeus, per compiacere il signore infernale:
straordinario fiore splendente, prodigiosa visione per tutti
quel giorno, sia per gli dèi immortali che per gli uomini mortali.
Dalla sua radice erano sbocciate cento corolle,
e al suo profumo fragrante sorridevano l’ampio cielo
e tutta la terra e la salsa distesa del mare.
Stupita, la fanciulla protese entrambe le mani
per cogliere il bel balocco; ma l’ampia terra si aprì
nella pianura  di Nisa, e ne uscì con i suoi cavalli immortali
il signore che ha molti nomi e molti sudditi, figlio di Crono.
Afferrò la ragazza e la condusse via sul carro d’oro:
ed essa, riluttante e in lacrime, mandò un grido altissimo,
invocando il padre Cronide, sovrano potente. [3]

Demetra ode l’urlo della figlia e, indossata la veste del lutto, si mette alla lunga ricerca di Kore, finché, conosciuto l’accaduto, infuriata con Zeus, abbandona l’Olimpo e vaga per le città e per la campagna, nascondendo il suo aspetto divino. Nelle Metamorfosi Ovidio ci racconta che Demetra (Cerere per i latini) rimane letteralmente attonita quando la fonte Aretusa le descrive come ha visto la figlia.

“[...]
illa quidem tristis neque adhuc interrata vultu,
sed regina tamen, sed opaci maxima mundi,
sed tamen inferni pollens matrona tyranni.”
Mater ad auditas stupuit ceu sabea voces
attonita eque diu simil fuit …

“[...]
triste sì, e con ancora la paura sul viso,
ma regina e signora del mondo oscuro,
ma sposa potente del re degli Inferi.”
Sentendo queste parole, la madre restò di sasso,
come colpita dal fulmine. [4]

Cosa fa nascere sul volto di Demetra l’espressione sbigottita e atterrita propria di chi è colpito dal fulmine se non la maestosità con la quale Aretusa descrive la figura della figlia, che per lei è solo una “Kore”, una fanciulla? Ovidio magistralmente sottolinea la sua condizione di regina e signora e sposa potente, con la ripetizione di tamen (tuttavia) che doppiamente si oppone alla tristezza del verso, e con il ritmo che dà rilievo non solo all’avverbio avversativo ma proprio alle parole che identificano la dea sposa di Ades in tutta la sua potenza.

Piena di rancore, Demetra giunge così a Eleusi, dove, accolta come nutrice di Demofonte, il figlio minore del re Celeo e della regina Metanira, lascia il velo del lutto per dedicarsi alla cura del bambino. Ma una notte Metanira la scopre mentre avvolge Demofonte nel fuoco per renderlo immortale e, spaventata, grida, interrompendo il rito, mentre Demetra si rivela in tutta la sua potenza divina e ordina la costruzione di un tempio nel quale stabilisce la propria dimora, non occupandosi più di niente se non del proprio dolore per la perdita di Kore.

e la bionda Demetra
dimorava lì, e si teneva lontano da tutti i beati,
struggendosi di nostalgia per la figlia dall’alta cintura.
Sopra la terra feconda essa rese terribile e odioso
quell’anno per gli uomini, perché nei coltivi i semi
non germogliavano: li nascondeva Demetra dalla bella corona.
Molti aratri ricurvi i buoi tiravano invano nei campi,
molto bianco orzo cadde vanamente nella terra.
E avrebbe distrutta tutta la stirpe degli uomini
con la fame spietata, e avrebbe sottratto ai signori dell’Olimpo
l’onore glorioso delle offerte e dei sacrifici,
se Zeus non ci avesse pensato, meditando nel suo cuore. [5]

Zeus quindi tenta di convincere Demetra a rendere di nuovo fecondi i campi, ma la dea non ne vuol sapere: vuole soltanto rivedere sua figlia. E Zeus, allora, invia Hermes per chiedere a Ades di lasciar tornare la fanciulla da sua madre.

Adoneo, il signore dei morti, sorrise
con le sopracciglia, e obbedì agli ordini di Zeus sovrano.
Senza indugio esortò la saggia Persefone:
“Persefone, torna da tua madre, la dea vestita di scuro,
ma conserva nel petto un cuore e un animo sereni,
e non prendertela troppo, oltre ogni misura.
Non sarò per te un marito indegno fra gli immortali,
io che sono fratello di Zeus. Qui tu
regnerai su tutti coloro che vivono e camminano,
e avrai onori grandissimi fra gli immortali;
ci saranno castighi infiniti per chi ti offenderà,
per quelli che non placheranno con sacrifici il tuo nume,
officiando pii riti e offrendo i doni dovuti.”
[...]
Così disse; si rallegrò la saggia Persefone,
e balzò in piedi piena di gioia. Ma egli
di nascosto le diede da mangiare un dolce chicco di melograno,
guardandosi attorno, perché non rimanesse per sempre
lassù, con la veneranda Demetra vestita di scuro.
Davanti al carro d’oro Adoneo dai molti sudditi
andò a bardare i cavalli immortali. [6]
Ade e Persefone, V sec. a. C. (British Museum, Londra)

Ecco. È fatta. Kore non è più la fanciulla simbioticamente legata a sua madre. Ha mangiato il chicco di melograno datole da Ades: Kore è fecondata. Kore adesso è Persefone, regina del mondo infero, luce lunare della volta celeste. Tornata sulla terra, la fanciulla, ormai donna, racconta alla madre di aver mangiato del cibo e si schermisce dicendole di essere stata costretta dallo sposo:

Quando il messaggero Aghifonte venne da me
da parte del padre Cronide e degli altri celesti
a dirmi di uscire dall’erebo, perché rivedendomi con gli occhi
tu deponessi la rabbia e l’ira terribile contro gli immortali,
io balzai in piedi piena di gioia, ma Ade di nascosto
mi porse un chicco di melograno, dolce boccone,
e con la forza mi costrinse a mangiarlo, pur contro voglia. [7]

La dea delle messi sa cosa significa per sua figlia aver mangiato qualcosa nel regno degli Inferi: nell’Inno a Demetra lei stessa spiega a Persefone che dovrà vivere un terzo delle stagioni con lo sposo e due terzi sull’Olimpo con gli altri dei. Demetra riconosce così come normale che la figlia, la sua Kore, sia ormai una donna e che, essendo sposata, passi una parte del tempo con lo sposo e una parte del tempo con la madre [8]. Per giungere a questo finale felice, in cui la parte materna e quella filiale si integrano ciascuna con un proprio spazio, il percorso è stato lungo ed è passato attraverso il tremendo lutto di Demetra, la sua rabbia furiosa, rivolta verso Zeus e gli umani tutti, e la conseguente aridità della terra che rischia di uccidere gli uomini. È stata necessaria l’elaborazione del lutto per il distacco da quel legame caldo, sicuro e fortissimo fra le due Dee.
Il mito ci mostra questa elaborazione negli atti e nelle parole di Demetra, la madre, mentre nelle storie del tipo Biancaneve sulla madre è collocata tutta l’aggressività della relazione madre-figlia.
Nel mito il distacco avviene grazie alla prepotente entrata in scena del maschile che, forte di un diritto riconosciutogli dall’istanza paterna rappresentata da Zeus, prende con sé la fanciulla che, mangiando il chicco di melograno, accetta di diventare sposa del re degli Inferi. E Demetra, dopo molta sofferenza e molte mediazioni, riconosce la generatività di Persefone. L’aggressività che nella favola di Biancaneve è tutta interna al rapporto fra madre e figlia, nel mito è come estrovertita, è diretta contro Ades, contro Zeus, contro gli uomini. Addirittura Persefone, mentre definisce “dolce boccone” il chicco di melograno, alla madre dice di essere stata costretta a mangiarlo, mantenendo così l’alleanza con Demetra.
Nel racconto fiabesco, al contrario, siamo in presenza di un rapporto tutto gestito al femminile, in cui la fanciulla deve confrontarsi con una figura materna con la quale non c’è nessuna alleanza. E se il riconoscimento della propria funzione femminile è necessario per la donna, come abbiamo più volte ricordato, mangiare il frutto simbolo della fertilità è di per sé ambiguo se il frutto è donato dalla madre e non dallo sposo. Ambiguità che si ripropone nella melagrana avvelenata che Richilde, la matrigna, offre a Blanca, la figliastra: la generatività come caratteristica della donna è un tratto che una ragazza riconosce nella madre e che vuole anche per sé, per diventare lei stessa una donna. Mangiando la melagrana è come se Blanca volesse appropriarsi della capacità materna di generare, inglobarla in sé. Contemporaneamente è come se volesse essere riconosciuta nella sua femminilità feconda come Persefone è riconosciuta da Ades, cioè come una donna può essere riconosciuta nel rapporto con un uomo. Dicevamo che la matrigna di Biancaneve riempie tutti gli spazi, e in effetti, nella favola, la ragazza neanche si accorge del principe che si innamora di lei: quando avviene l’incontro fra i due, lei è morta e, a parte la versione dei Grimm (e quella di Walt Disney), sarà necessario che la suocera, un’altra figura materna, la riporti in vita perché Biancaneve possa finalmente accorgersi dell’esistenza del suo innamorato ed eliminare la persecutrice. Fino a quel momento, la fanciulla è tutta invischiata nel rapporto con la madre, alla quale sembra chiedere proprio tutto, compreso i chicchi di melograno.

Un’ultima annotazione sull’argomento. La protagonista di una fiaba sarda in dialetto campidanese, che si intitola Is tresgi bandius (I tredici banditi) si chiama Granadina e ricordiamo che melagrana in tedesco si dice Granatapfel, mentre il nome della fanciulla della turca Lo spillone magico [9] è Nartanesi che significa appunto melagrana. Certamente le strade percorse dalle fiabe attraverso i secoli e le aree geografiche sono labirintiche e chiunque tenti di mettersi in cammino cercando di seguire un iter cronologico finisce inevitabilmente per perdersi nell’andirivieni fra narrazioni scritte e narrazioni orali, tra le quali non è possibile rintracciare nessun primato temporale delle une rispetto alle altre. Non sapremmo quindi dire se la storia di Richilde pubblicata da Musäs nel 1782-86 sia più antica della favola dei Grimm o di altre, raccolte prima o dopo. Ci piace però pensare che nei nomi di Granadina e Nartanesi sia custodita una traccia della melagrana di Richilde, che ci ha condotto fino alla storia sacra di Demetra e Kore e che potrebbe condurci, se volessimo seguirla, in altri luoghi meravigliosi delle narrazioni.

«Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta.» [10]

 

3. Biancaneve "eroe" della storia
Una donna per ristabilire l’ordine paterno...

 

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1


Emanuelita  Vecchio, Kouros Kore Persefone. Studio storico-semantico, Firenze, Facoltà di Lettere, a.a. 1964-65, Relatore G. Devoto, pp. 28-34.

2

Kàrol Kerény, Gli dei e gli eroi della Grecia, Milano, Garzanti, 1985, p. 172.

3

II. Inno a Demetra, in Inni omerici, a cura di Giuseppe Zanetto, Milano, RCS, 2000, vv. 7-21.

4

Ovidio, Le Metamorfosi, Milano, Mondadori, 2007, Libro V, vv. 506-508.

5

II. Inno a Demetra, in Inni omerici, a cura di Giuseppe Zanetto, Milano, RCS, 2000, vv. 302-313

6

II. Inno a Demetra, in Inni omerici, cura di Giuseppe Zanetto, Milano, RCS, 2000, vv. 357-376.

7

II. Inno a Demetra, in Inni omerici, a cura di Giuseppe Zanetto, Milano, RCS, 2000, vv. 407-413.

8

“La storia del ratto di Core-Persefone, narrata per esempio nelle fonti greche utilizzate da Ovidio, termina con Zeus che, di fronte alle rivendicazioni su Persefone avanzate tanto dalla madre quanto dallo sposo, decide che la fanciulla trascorra una parte dell’anno negli inferi e l’altra con la madre e gli dei olimpici. Nell’Inno a Demetra, invece, è la dea stessa a decidere per questa soluzione, che Zeus si limita a confermare. Demetra scopre che la figlia ha assaggiato cibo nell’Ade – un chicco di melagrana datole dallo sposo. Secondo le leggi degli Inferi, colui che laggiù assaggia cibo resta vittima delle potenze sotterranee. Demetra riconosce spontaneamente questa legge degli Inferi e accetta quindi anche il diritto maschile. La melagrana, infatti, a causa dei suoi innumerevoli chicchi, è simbolo della fertilità e quindi sigillo del matrimonio. Anche i diritti materni della dea, però, vengono rispettati poiché ogni anno, quando la terra risplende nel fulgore primaverile, la figlia torna da lei. Nel momento in cui Demetra – la Demetra di Eleusi – assume questa decisione non come verdetto imposto dall’alto, ma come scelta propria, l’aspetto infero non viene “rimosso” bensì accolto nell’essenza della dea.” (Marion Giebel, I culti misterici nel mondo antico, Genova, ECIG, 1993, p. 27).

9

Cfr. The Magic Needle, in Heidi Anne Heiner, Sleeping Beauties. Sleeping Beauty and Snow White Tales From Around the WorldNashville, published by SurLaLune Press with CreateSpace, 2010, pp. 173-176. Riferimenti a queste e molte altre versioni della favola di Biancaneve nelle pagine dedicate del sito SurLaLune Fairy Tales.

10

Michael Ende, La Storia Infinita, Milano, Edizione CDE SPA su licenza della Longanesi, 1985, p. 243.

 

 

© Claudia Chellini 2013