Home Percorsi fiabeschi La bella Richilde

 

Nel bosco con Biancaneve
1. Storie di Biancaneve in Italia

2. I doni che uccidono
2.1 Il giudizio di Paride
2.2 Rosso come una mela
2.3 La bella Richilde
2.4 Un dolce chicco di melograno

3. Biancaneve "eroe" della storia
3.1 Mirror mirror, ovvero la fanciulla che rimise sul trono il re
3.2 Nel bosco con Biancaneve
3.3 "The king is back, the queen is gone"
4. La brama del reame
4.1 La Foresta Oscura
4.2 Il cacciatore (in costruzione)

 

2.3 La bella Richilde

Una lettura comparata delle versioni della fiaba di Biancaneve ci mostra ulteriori tracce sul tema del cibo dono mortifero della madre.

Fra il 1782 e il 1786 Johann Carl Auguste Musäs pubblicò nella raccolta Volksmärchen der Deutchen [1] la storia di Richilde, la storia cioè della matrigna di Biancaneve. Con un andamento fra la fiaba e la leggenda, si narra della nascita “magica” di Richilde.

Suo padre, il pio Gunderich, conte del Brabante, e sua moglie la contessa, non avevano figli. Un giorno passò per la contea Alberto Magno che si stava recando al Concilio di Lione, quell’Alberto Magno, filosofo e teologo, maestro di Tommaso d’Aquino, che la Chiesa venera come santo protettore degli scienziati. Il santo ascoltò in confessione i due coniugi e consigliò alla sposa di smettere le sue penitenze corporali, dicendo che, prima del suo ritorno, la donna avrebbe avuto un figlio. Nacque in effetti una splendida bambina, la copia esatta della sua bellissima madre, dice la storia. Per lei la contessa chiese al santo un amuleto che la proteggesse. Alberto Magno si chiuse allora per nove giorni da solo in una stanza per realizzare un oggetto che avrebbe accompagnato Richilde nei suoi momenti più difficili: uno specchio incorniciato d’oro che grazie ad una formula magica avrebbe risposto con chiare immagini ai suoi quesiti. Rimasta orfana in tenera età, la storia racconta che la notizia della straordinaria bellezza di Richilde si diffuse per ogni dove e che arrivavano continuamente al suo castello cavalieri che la chiedevano in sposa. Ma la fanciulla non voleva nessuno di loro, dava piccole false speranze a tutti e poi li licenziava con grazia. Finché un giorno la sua governante l’avvertì che sarebbe stato pericoloso continuare a lungo così, perché qualcuno dei pretendenti avrebbe potuto ritenersi oltraggiato e muoverle guerra. Richilde si trovò costretta a scegliere uno sposo. Consultò lo specchio chiedendogli chi fosse l’uomo più bello del Brabante e lo specchio le mostrò la figura di un bellissimo cavaliere che però la fanciulla non conosceva. E quando di fronte ai suoi pretendenti descrisse ciò che aveva visto, Richilde scoprì con sorpresa e sgomento che si trattava di Earl Gombald di Lowen, un uomo sposato. I pretendenti se ne andarono e il palazzo della bella Richilde rimase triste e deserto. La notizia dell’accaduto non tardò ad arrivare all’orecchio di Earl Gombald e di solleticarlo al punto che il giovane si innamorò perdutamente di Richilde, che pure non aveva mai visto. Ed essendo sposato con una cugina, e volendo divorziare, Gombald non ebbe che da chiedere all’arcivescovo il parere sulla legittimità del suo matrimonio. L’arcivescovo lo definì illegittimo in quanto unione fra consanguinei e l’uomo fu libero di correre dalla bella Richilde, dopo aver affidato ad una governante e a dei nani la figlia appena nata. Dopo un lungo tempo di amore totale, fra i due nacquero però liti e incomprensioni: Gombald decise di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme per espiare i propri peccati, e Richilde rimase di nuovo sola nel suo castello. Un giorno la donna interrogò al solito lo specchio, per farsi dire chi fosse la più bella, e per la prima volta vide riflessa l’immagine di una fanciulla sconosciuta. Orrore e rabbia si scatenarono in Richilde che scoprì presto che si trattava di Blanca, la figlia di Earl Gombald. Immediatamente concepì un piano per liberarsi di lei: chiamò il medico di corte, Sambul, gli consegnò una melagrana e gli ordinò di avvelenarne la metà. Poi si recò da Blanca e alla fine del pranzo le offrì il frutto, avendo cura di prendere per sé la metà sana, uccidendo la fanciulla.

Si tratta di un altro frutto con una tradizione simbolica lunghissima nella storia e larghissima nello spazio. Quasi ovunque la melagrana è connessa con il concetto di fertilità e fertilità femminile: la melagrana custodisce all’interno della sua scorza tanti piccoli chicchi, come un ventre materno con i piccoli. In una leggenda vietnamita si racconta di una melagrana che, aprendosi, lascia uscire cento bambini. Nel contesto della storia di Biancaneve siamo di nuovo in presenza di un’ambiguità che si rivela mortifera: la consapevolezza della propria fertilità è uno degli elementi che compongono l’identità di genere, per una donna il riferimento della costruzione della propria identità di genere non può che essere la madre. D’altronde siamo in un contesto di fortissima identificazione madre-figlia, cosa che spiega la violenza del tentativo di separazione. Torniamo per un momento all’incipit della favola pubblicata dai Grimm:

Una volta, in inverno inoltrato, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva seduta accanto a una finestra dalla cornice d'ebano...«Una volta, in inverno inoltrato, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva seduta accanto a una finestra dalla cornice d'ebano. E, mentre cuciva e alzava gli occhi per guardare la neve, si punse un dito e tre gocce di sangue caddero nella neve. Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò fra sé: "Avessi un bambino bianco come la neve, rosso come il sangue e nero come il legno della finestra! ". Poco tempo dopo, diede alla luce una bimba bianca come la neve, rossa come il sangue e con i capelli neri come l'ebano; e, per questo, la chiamarono Biancaneve. E, quando nacque, la regina morì.»[2]

Dunque, una madre esprime un desiderio e la bambina che nasce è l’emanazione diretta di quel desiderio, è come la madre vuole che sia: il desiderio che la madre esprime è un ideale di figlia e, quando nasce, la bambina si confa pienamente a quell'ideale. E la madre muore. Come è morta la madre di Cenerentola, come muore la madre di Pelle d’Asino: nelle più diffuse favole che raccontano della crescita di una fanciulla, un antefatto racconta che la madre è morta. Se la bambina percepisce di essere l’emanazione diretta del desiderio della madre, di doversi in qualche modo conformare al suo ideale, allora, per crescere e scoprire chi è, ha bisogno di uscire da questa identificazione, operazione difficile e avvertita come cruenta: la madre l’ha nutrita, la madre le fornisce gli elementi della sua identità di genere e questo è contemporaneamente vitale e mortifero per la fanciulla. È vitale perché la bambina ha bisogno di nutrimento (del corpo e dell’anima), è mortifero perché il rischio per la bambina è di rimanere imprigionata nel desiderio della madre senza mai trovare la propria strada. Il distacco e la differenziazione non possono che essere avvertiti come un atto di aggressività (quante volte le adolescenti urlano rabbiose alla propria madre “io non sono come te!”). Ecco che nella fiaba questa aggressività è collocata sulla madre: la fanciulla non può pensarsi cattiva, ha bisogno, un estremo bisogno, di pensarsi buona per poter agire. E allora la madre, quella buona, quella con la quale ci si poteva identificare totalmente, muore subito o quasi subito, e le succede un matrigna, cattiva, invidiosa, che vuole le attenzioni di tutti solo per lei. La narrazione fiabesca rappresenta, in questo senso, il fatto che se staccarsi dalla madre è percepito come un atto aggressivo, fantasmaticamente la bambina può sentire di aver ucciso la madre buona e questo non può che portare con sé un’angoscia, che prende la forma di una persecuzione.

Una potente identificazione, dicevamo, che si attua insieme al bisogno di conformarsi al desiderio della madre. Una madre che occupa tutti gli spazi; del padre in alcune versioni non si parla proprio, evidenziando così la sua mancata azione limitante del potere materno nei confronti della ragazza. In altre versioni il padre è nominato ed è colui che la matrigna incarica di portare la figlia nel bosco per ucciderla [3]. D’altronde, che sia il padre o un servo o un cacciatore, la figura che porta Biancaneve nel bosco è un uomo [4] che ha una funzione di tipo paterno: la funzione cioè di limitare il potere della madre salvando la vita di Biancaneve; contemporaneamente quest’uomo non è capace di farlo a sufficienza, abbandonando la ragazza nel bosco da sola. Vale la pena di ricordare che in una versione aretina [5] l’uomo si assicura che la fanciulla abbia ospitalità presso dei pecorai e le lascia anche del denaro, mentre in una campidanese [6] le porta addirittura da mangiare tutti i giorni. Eppure, nell’uno e nell’altro caso, la fanciulla finisce nel bosco: perché avendo finito il denaro non ce la fa proprio a mangiare il cibo dei pecorai che le consigliano di andare a servire lì vicino nella casa degli assassini o perché, dopo otto anni di stasi e solitudine, la ragazza sarda si mette a vagare per i campi e si perde nel bosco. Che sia particolarmente amorevole o semplicemente l’abbandoni, ai fini dello sviluppo narrativo non cambia niente: ad ogni modo, se è “Biancaneve” prima o poi finisce nel bosco e fa l’incontro centrale della sua vita. Torneremo più tardi su questo incontro e sulla figura del cacciatore (o servo della regina), per il momento rimaniamo sulla questione cruciale dell’identificazione madre-figlia e rileviamo che la terribile condanna a morte della matrigna è il motore della storia: a causa di, e grazie a questa condanna, Biancaneve può uscire dal castello. Possiamo dire che è un primo tentativo di separazione, come ognuno dei doni della madre/matrigna rappresentano il terrore della rappresaglia materna per aver osato staccarsi da lei, avere una propria fisionomia, per esempio non corrispondere alle sue aspettative.

Ecco perché i doni uccidono.

 

2.4 Un dolce chicco di melograno
E torniamo alla melagrana......


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1

Sono consultabili online la traduzione inglese del 1791, l'edizione tedesca del 1845, una trascrizione tedesca contemporanea della storia di Richilde. 
Per consultare altre opere di Johann Karl August Musäus, clicca qui.


2


http://www.grimmstories.com/it/grimm_fiabe/biancaneve

3

Cfr. ad esempio le versioni: Marietta e la strega, sua matrigna (Grecia), Biancaneve (Albania), Albero d'oro e Albero d'argento (Irlanda). Cfr. Heidi Anne Heider, Sleeping Beauties. Sleeping Beauty and Snow White Tales From Around the World, Nashville, published by SurLaLune Press with CreateSpace, 2010. Riferimenti a queste e molte altre versioni della favola di Biancaneve nelle pagine dedicate del sito SurLaLune Fairy Tales.

4

Rarissimamente si tratta di una serva o della madre stessa, particolare che non fa che confermare ed elevare all’ennesima potenza la percezione da parte della fanciulla dell'enorme potere distruttivo della madre.

5

La locandiera di Parigi, Pratovecchio (Arezzo), in Giuseppe Pitrè, Novelle popolari toscane, Firenze, G. Barbèra Editore, 1885, pp. 57-63.

6

Is tresgi bandius, Sardegna centro-meridionale, in Francesco Mango, Novelline popolari sarde,Palermo, Libreria Internazionale Carlo Clausen (già Luigi Pedone Lauriel) 1890. Rist. anast., Bologna, Arnaldo Forni Editore 1987, pp. 71-75.

 

 

© Claudia Chellini 2013