Home Percorsi fiabeschi Rossa come una mela

 

Nel bosco con Biancaneve
1. Storie di Biancaneve in Italia

2. I doni che uccidono
2.1 Il giudizio di Paride
2.2 Rossa come una mela
2.3 La bella Richilde
2.4 Un dolce chicco di melograno

3. Biancaneve "eroe" della storia
3.1 Mirror mirror, ovvero la fanciulla che rimise sul trono il re
3.2 Nel bosco con Biancaneve
3.3 "The king is back, the queen is gone"
4. La brama del reame
4.1 La Foresta Oscura
4.2 Il cacciatore (in costruzione)

 

2.2 Rossa come una mela

Tra le innumerevoli versioni della fiaba di Biancaneve, diffuse in Europa, Africa e Stati Uniti, rare [1] sono quelle nelle quali alla fanciulla viene offerta una mela mortifera. La più famosa è certamente Sneewittchen (Schneewittchen) dei fratelli Grimm [2], sulla quale si basa il film di animazione di Walt Disney, che la interpreta in modo magistrale, riuscendo a rendere appieno sia la tremenda violenza della matrigna (che nella precedente versione della favola tedesca del 1812 era la madre di Biancaneve), sia l’ambiguità del cacciatore, sia il terrore provocato dal bosco nella fanciulla abbandonata. E riuscendo a catturare lo spettatore nella cupa scena della stregoneria che trasforma la matrigna in una brutta vecchia che avvelena una bella mela rossa.
Se nel film di animazione questo è l’unico tentativo di raggiungere Biancaneve nel bosco per ucciderla, nella favola dei Grimm l’offerta della mela arriva dopo altre due volte in cui la ragazza ha acquistato dalla matrigna, resa irriconoscibile da un incantesimo, oggetti che l’hanno fatta piombare in un sonno mortale. Come può Biancaneve cadere di nuovo nel tranello? D’altra parte, come può una giovane donna non desiderare del cibo offerto dalla madre? Non si tratta qui solo del cibo che tutti noi abbiamo ricevuto infanti, in termini sia concreti di sostentamento sia simbolici; per una donna si tratta anche di qualcos’altro, ad esso mescolato: parliamo di ciò che costituisce l’identità di genere, di ciò che significa essere una femmina. Dalla madre questo giunge, nel sentimento che dalla madre bisogna staccarsi per poter arrivare a una propria autonomia e trovare il proprio percorso. Ecco che la mela, rappresentando questo cibo complesso e intimamente strutturante, per Biancaneve è irresistibile.

Santore Charles, Snow White

Non solo. L’oggetto “mela” porta con sé un significato culturale di antichissima data, narrato in storie che abbiamo visto essere diffuse in tutta Europa, in cui la mela è il frutto che si dà alla più bella. Ora, la questione al centro della storia di Biancaneve è proprio questa: chi è la più bella del reame? Per provare a comprendere qualcosa di questo nodo, nel quale la protagonista della favola rischia di rimanere strozzata, proviamo a leggere la fiaba come un sogno di un individuo, un sogno, in questo caso, sognato da molte persone che, in diversi luoghi e in diversi tempi, lo raccontano e raccontano e raccontano…

Come nei sogni notturni [3] “vediamo” persone diverse che agiscono, e sappiamo che raffigurano parti di noi che si mostrano a raccontare a noi stessi qualcosa che durante la veglia non sapremmo dire, così possiamo pensare agli attanti di una fiaba come a parti diverse di uno stesso soggetto che agiscono in funzione di un finale: la fanciulla, la madre, la matrigna, il padre, il principe, rappresentano parti interne che si attivano in certi momenti e portano avanti l’intreccio di un percorso, che è un percorso identitario, in cui si fronteggiano alcune parti e se ne integrano altre. Nel finale felice (che c’è quasi sempre nelle favole, ma non è mai scontato, come sembrano dire quelle che finiscono male [4]) tipicamente si sposano un giovane e una giovane, per vivere “felici e contenti” e dare origine ad una unione che è generativa, perché rimanda simbolicamente sia alla costruzione di una nuova famiglia, sia all’idea che i due affronteranno insieme ciò che verrà, generando nuove soluzioni che da soli non potevano trovare.

Così, nella favola di Biancaneve, la strega sanguinaria è una parte che si attiva quando la fanciulla raggiunge l’età dell’adolescenza o della prima giovinezza, quando cioè, come si dice nel linguaggio popolare, la ragazza “sboccia”, come un fiore che ha raggiunto, guarda caso, la sua massima bellezza. Cominciamo a intravedere che la questione è bifronte: la madre non vuol lasciare il suo primato di “più bella del reame”, la figlia lo desidera e lo teme contemporaneamente. Vuole essere donna a tutti gli effetti e insieme vuol lasciare che lo sia la madre. Questa medesima ambiguità è presente nella mela avvelenata: la figlia si vede consegnata dalla madre stessa l’oggetto destinato alla più bella, e allo stesso tempo non può sopportare che ciò avvenga. Ecco che Biancaneve non può rifiutare l’offerta ed ecco che Biancaneve muore.

E ancora. La mela immancabilmente ci ricorda l’episodio biblico in cui la prima donna, contravvenendo all’ordine divino, come ogni Biancaneve contravviene agli ordini e ai consigli di chi la ospita, mangia il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, punto critico di rottura che dà inizio alla storia dell’umanità. Mangiare la mela è il punto critico di rottura nella storia di Biancaneve: da questa morte i nani non sanno risvegliarla e sarà necessario l’intervento del principe per poter finalmente porre fine ai tentativi mortiferi della matrigna e iniziare una nuova vita.

 

2.3 La bella Richilde
Una lettura comparata delle versioni della fiaba di Biancaneve ci mostra ulteriori tracce sul tema del cibo dono mortifero della madre.....

 

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1

Oltre a quella dei Grimm, si ricorda Le miroir di Menton e La piccola Biancaneve turca, che presentano entrambe simili varianti (gli ospiti di Biancaneve la risvegliano) e simili lacune (nella versione turca la fanciulla muore dopo un anno dall’episodio della mela, non sappiamo come, un principe la trova morta, la porta a casa, la mostra al padre e la sposa e non sappiamo se e come l’ha risvegliata).

2

Sembra che il Roman de Troie abbia conosciuto una grande fortuna in Germania.

3

Per un approfondimento sulla lettura delle fiabe come i sogni notturni, cfr. Adalinda Gasparini, La luna nella cenere, Milano, Franco Angeli, 1999.

4

Un esempio di fiaba priva di lieto fine è Lo viso, fiaba inserita da Giambattista Basile nel suo Cunto de li cunti (Napoli, 1634-36).

 

 

© Claudia Chellini 2013