Home Percorsi fiabeschi Il giudizio di Paride

 

Nel bosco con Biancaneve
1. Storie di Biancaneve in Italia

2. I doni che uccidono
2.1 Il giudizio di Paride
2.2 Rosso come una mela
2.3 La bella Richilde
2.4 Un dolce chicco di melograno

3. Biancaneve "eroe" della storia
3.1 Mirror mirror, ovvero la fanciulla che rimise sul trono il re
3.2 Nel bosco con Biancaneve
3.3 "The king is back, the queen is gone"
4. La brama del reame
4.1 La Foresta Oscura
4.2 Il cacciatore (in costruzione)

 

2.1 Il giudizio di Paride


Il Giudizio di Paride(1430-1440 circa),
desco da parto attribuito al Maestro del Giudizio di Paride,
conservato al Museo nazionale del Bargello di Firenze
Maestro del Giudizio di Paride

Allegramente banchettavano gli dei dell’Olimpo festeggiando le nozze di Peleo e Teti quando, stizzita per non essere stata invitata, Eris, la discordia, gettò dalla porta una mela ridacchiando. Rimasero attoniti gli dei, qualcuno la prese e lesse ad alta voce la scritta che brillava: “Sia data alla bella”. Immediatamente Era, Atena e Afrodite la reclamarono per sé e non smisero di dirsi ciascuna la bella alla quale spettava la mela. Visto che la lite non smetteva, si decise che doveva scegliere un giudice imparziale e tutti guardarono Zeus, il quale però non voleva affatto scegliere. Fu così che il re degli dei decretò che a dire chi fosse la dea più bella sarebbe stato Paride, il più bello dei mortali. Le conseguenze di quel famoso giudizio ci sono note: le tre dee promisero al figlio di Priamo ciascuna un dono, Era il potere, Atena il valore, Afrodite l’amore della donna più bella. Donando la mela ad Afrodite e scegliendola come la più bella fra le dee, Paride ebbe l’amore di Elena, che rapì a Menelao scatenando la guerra di Troia.

La storia del giudizio di Paride è brevemente accennata nell’Iliade [1] ed è raccontata, nell’antichità classica, da Ovidio nella XVI lirica delle Heroides [2], da Luciano nel ventesimo dei Dialoghi degli Dei, da Igino nella XCII delle sue Fabulae. Ma questa storia continua ad essere raccontata ancora molto dopo. Nella seconda metà del XII secolo, il troviere Benoît de Sainte-Maure scrisse, nel dialetto della Turenna, il poema Roman de Troie , nel quale ripercorre la storia della città di Ilio, dall’impresa degli Argonauti, alla prima distruzione di Troia, fino al famoso assedio narrato nell’Iliade. E qui Paride stesso racconta che, in un pomeriggio assolato, in sogno gli è apparso Mercurio seguito dalle tre dee, con la mela d’oro da consegnare alla «plus bele».

Lez la fontaine ou rien n’abeivre,
Tres desoz l’ombre d’un geneivre,
M’estut dormir, nel poi muër:
Onques avant ne poi aler.
Sempres maneis en m’avison
Vi devant mei Mercurion:
Juno, Venus e Minerva,
Ces treis deuesses m’amena.
Treis feiz m’apela dreitement,
Puis dist: «Paris, a mei entent.
Cez deuesses vienent a tei
Por le jugement d’un otrei.

Une pome lor fu getee
D’or massice, tote letree:
Les letres diënt en Grezeis
Qu’a la plus bele d’eles treis
Sera la pome quitement
Entre eles en a grant content:
Chascune plus bele se fait,
Chascune est dreiz, ço dit, qu’el l’ait;
N’i a celi de sei ne die
Que por beauté n’en perdra mie.
L’une la vueut, l’autre li viee.
Ancor n’est a nule otreiee,
Ancor n’en est nule saisie:
Mout est l’une a l’autre marrie.
Conseil ont pris, - jo lor donai
E par bone fei lor loai,
Que a ço que tu en direies,
E celi cui tu la dorreies,
Des autres li seit otreiee,
De beauté seit la plus preisiee.
Totes treis l’ont ensi greé
Com de ta boche iert devisé:
Cele l’avra cui tu diras
E de beauté plus loëras.
Par tei le covient a saveir,
Qui la pome devra aveir. [3]

Il Roman de Troie ebbe una grandissima fortuna nel Medioevo e oltre.

Fra il 1272 e il 1287, il Roman de Troie fu tradotto in latino con il titolo di Historia destructionis Troiae e attribuito al poeta siciliano Guido delle Colonne, autore delle canzoni Ancor che l'aigua per lo foco lassi e Amor, che lungiamente m' ai menato, citate da Dante nel De vulgari eloquentia. Nella sua interezza il poema francese fu tradotto in volgare greco, in versi politici, versi sciolti di quindici sillabe, forma metrica tipica della letteratura bizantina cosiddetta “popolare” dal XII secolo in poi. La vicenda dell’amore fra Troilo, figlio di Priamo, e Criseida, figlia dell'indovino Calcante, è materia che Boccaccio trae dall’opera di Benoît de Sainte-Maure per il suo poema in ottave Filostrato, scritto fra il 1337 e il 1339 durante il suo soggiorno napoletano. Chaucer è autore del poema in rima reale [4] Troilus and Cryseide, Shakespeare scrisse la tragedia Troilus and Cressida

Fra il XIV  il XVII secolo, la Historia destructionis Troiae, tramandata da una tradizione manoscritta molto ricca che ne attesta l’enorme successo, ebbe anche un grande numero di traduzioni: in catalano, olandese, inglese, francese, polacco, ceco, tedesco e italiano.

Anche nell’arte figurativa il giudizio di Paride è tema assai esplorato. Non solo da grandi artisti come Raffaello, Rubens (National Gallery; Museo del Prado), Renoir che ne hanno trattato con dipinti o disegni, ma anche da artisti dei quali non è giunto fino a noi il nome. Un esempio è un desco da parto del XV secolo conservato al Museo fiorentino del Bargello, sul quale sono raffigurate due scene: Mercurio che parla a Paride che guarda ammirato le tre dee e Paride che consegna la mela. Il desco da parto era un tondo, dipinto su entrambi i lati, che nel Rinascimento si usava regalare alle partorienti e che veniva usato come vassoio per il tempo che la madre rimaneva a letto. E in un desco da parto qualcuno ha pensato di raffigurare la storia della mela destinata alla più bella. Trattando di Biancaneve non può non colpire la suggestione: un oggetto rotondo, come lo specchio della matrigna, e una domanda costantemente ripetuta: “chi è la più bella del reame?”.

 

2.2 Rossa come una mela
Tra le innumerevoli versioni della fiaba di Biancaneve.....

 

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1

οὐδέ ποθ᾽ Ἥρῃ
οὐδὲ Ποσειδάων᾽ οὐδὲ γλαυκώπιδι κούρῃ,
ἀλλ᾽ ἔχον ὥς σφιν πρῶτον ἀπήχθετο Ἴλιος ἱρὴ
καὶ Πρίαμος καὶ λαὸς Ἀλεξάνδρου ἕνεκ᾽ ἄτης,
ὃς νείκεσσε θεὰς ὅτε οἱ μέσσαυλον ἵκοντο,
τὴν δ᾽ ᾔνησ᾽ ἥ οἱ πόρε μαχλοσύνην ἀλεγεινήν.
(Iliade, XXIV, vv. 25-30)

Alto riposta
nella mente sedea di queste Dive
di Paride l'ingiuria, e la sprezzata
lor beltade quel dì che a lui venute
nel suo tugurio, ei preferì lor quella
che di funesto amor contento il fece.
(Vincenzo Monti, Iliade, XIV, vv.34-39)

2

Forma vigorque animi, quamvis de plebe videbar, 
indicium tectae nobilitatis erat. 
Est locus in mediis nemorosae vallibus Idae 
devius et piceis ilicibusque frequens, 
qui nec ovis placidae nec amantis saxa capellae 
nec patulo tardae carpitur ore bovis;
hinc ego Dardaniae muros excelsaque tecta 
et freta prospiciens arbore nixus eram 
ecce, pedum pulsu visa est mihi terra moveri
vera loquar veri vix habitura fidem 
constitit ante oculos actus velocibus alis 
Atlantis magni Pleionesque nepos  
fas vidisse fuit, fas sit mihi visa referre  
inque dei digitis aurea virga fuit.
Tresque simul divae, Venus et cum Pallade Iuno, 
graminibus teneros inposuere pedes. 
Obstupui, gelidusque comas erexerat horror, 
cum mihi «Pone metum!» nuntius ales ait:
«Arbiter es formae; certamina siste dearum,
vincere quae forma digna sit una duas.»
Neve recusarem, verbis Iovis imperat et se 
protinus aetheria tollit in astra via. 
Mens mea convaluit, subitoque audacia venit
nec timui vultu quamque notare meo. 
Vincere erant omnes dignae iudexque querebar 
non omnes causam vincere posse suam. 
Sed tamen ex illis iam tunc magis una placebat, 
hanc esse ut scires, unde movetur amor.
Tantaque vincendi cura est; ingentibus ardent 
iudicium donis sollicitare meum.
Regna Iovis coniunx, virtutem filia iactat; 
ipse potens dubito fortis an esse velim. 
Dulce Venus risit; «Nec te, Pari, munera tangant 
utraque suspensi plena timoris,» ait; 
«Nos dabimus, quod ames, et pulchrae filia Ledae 
ibit in amplexus pulchrior illa tuos.» 
Dixit, et ex aequo donis formaque probata 
victorem caelo rettulit illa pedem.

(Ovidio, HeroidesXVI Paris Helenae, vv. 51-88)

Plebeo mi si credeva, ma bellezza ed ardire
una nobile origine erano pur la prova.
C'è un luogo solitario tra le valli e i boschi
dell'Ida, dove fitti sono i lecci e gli abeti,
dove placidi agnelli non brucano, né capre
amanti delle rupi o buoi dall'ampia bocca.
Salito sopra un albero da quel luogo guardai
gli alti tetti le mura di Dardano ed il mare.
Ecco, mi parve scuotersi il suolo per un passo
(quanto dirò è difficile a credersi ma vero)
e spinto da veloci ali agli occhi mi apparve
il nipote del grande Atlante e di Pleione
e (che io possa dirlo come potei vederlo)
il dio la verga d'oro reggeva tra le dita.
E intanto le tre dee Venere con Giunone
e Pallade posarono sull'erba i lievi piedi.
Stupore ed un glaciale terrore la mia chioma
irrigidí ma il nunzio alato «Non temere, -
mi disse, - sarai arbitro della bellezza. Cessi
la gara delle dee, e vinca la piú bella».
Perché io non rifiuti dice: «Giove lo impone»
e subito nell'etere verso gli astri si leva.
Appena mi riebbi, divenni cosí audace
che osai con il mio sguardo fissarle ad una ad una.
Erano tutte degne di vincere ed io stesso,
giudice, mi dolevo che ognuna non vincesse.
Di loro tuttavia una piú mi piaceva;
era, sappilo, quella che sa muovere amore
e ardore di conquista. Piegare il mio giudizio
con magnifici doni bramano le tre dee.
La consorte di Giove vanta i regni, il valore
la figlia, se accettare la gloria o la potenza
esito. Dolcemente rise Venere: «Lascia,
Paride, questi doni pericolosi e incerti.
Ti indicherò chi amare, e avverrà che la figlia
bellissima di Leda cada tra le tue braccia».
Così mi disse e, prescelta per la bellezza e i doni
vincitrice riprese il cammino del cielo.

(Ovidio, Heroides, traduzione di Gabriella Leto, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007, XVI Paride a Elena, vv. 51-88.)

3

Benoît de Sainte-Maure, Roman de Troie, Paris, Libraire De Firmin Didot & C., 1904, Vol. I

4

In inglese con rime royal o rhyme royal si intende una tipologia di stanza (o strofa) che consiste in sette versi, solitamente pentametri giambici. Lo schema classico della rima reale è A-B-A-B-B-C-C, ma a sua volta può essere costruito mediante l'utilizzo di una terzina e due distici o da una quartina e una terzina. Il Troilo e Criseide di Geoffrey Chaucer è un esempio di terzina e doppio distico.

 

 

© Claudia Chellini 2013